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Silvia Tortora, le parole dell’addio

Silvia Tortora

Le chiamava “Le mie bambine”, nelle lettere inviate dal carcere. Tra le tante immagini dolorose che documentano il calvario giudiziario di Enzo Tortora, rappresentano il ritratto della dolcezza e della speranza. che, dopo la scarcerazione e l’assoluzione dalle accuse, lo vedono sorridente e abbracciato stretto alle sue due figlie. Silvia Tortora, ha combattuto fino alla fine, perché il dramma del padre non fosse avvenuto invano: “Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica”. Raccontò la storia del padre scrivendo il soggetto cinematografico del film Un uomo perbene di Maurizio Zaccaro, che le valse nel 1999 il Nastro d’argento al Festival di Taormina. Il rapporto con il padre Enzo, emerge soprattutto dalle lettere scritte dal carcere e pubblicate nel libro “Cara Silvia – Lettere per non dimenticare”. Abbiamo voluto salutarla pubblicando l’ultima lettera che il padre le inviò prima di lasciarci Ai familiari e a Gaia Tortora in particolare l’abbraccio della nostra redazione.

Silvia mia cara,
da tempo avevo in animo di lasciarti (lo so, lasciarti è parola triste, comunque va usata) una mia lettera. Mi pareva indispensabile. Ci pensavo, credi, da tanto tempo. La andavo immaginando, anzi, la andavo addirittura scrivendo dentro di me. Addirittura, come per certi documenti papali (encicliche, credo) avevo in mente le prime tre parole, che avrebbero dato il via al resto. Come un trampolino, insomma. E queste parole erano: «Da molti segni». Usiamole, dunque. È la vigilia del tuo compleanno. Mi sono assicurato (come quando, da bambina, ti recitavo – male – la parte di Papà Natale) che il mio amore ti giungerà sotto forma di rose, e di una lettera che (sento) le Poste italiane hanno deciso probabilmente di umiliare, facendola giungere in ritardo. Pazienza. Non penso ad altro, in queste ore, che al tuo compleanno. Ma non giriamo attorno alle cose, non restiamo, come spesso dico, alla periferia di queste cose. E dunque.

Da molti segni comprendo (l’alzarsi ogni giorno è sempre più faticoso, e l’aprire gli occhi in tanta pubblica vergogna, che vergogna per il nostro sventurato Paese) che il mio traguardo può non essere molto lontano. Forse, al contrario, è vicino. E per quanto io sia pronto, preparato (in alcuni casi, ti confesso, addirittura sollevato) sento il bisogno di lasciarti qualcosa, che di me ti dica un po di più dell’idea, a modo suo obbligata, che noi tutti abbiamo di un padre, di un papà. Alla fatica, immensa (davvero, sempre più pesante) di vivere, s’aggiunge oggi, una telefonata anonima che – da Palermo – avrebbero fatto al Partito Radicale. È terra di Pulcinella, di buffoni, e non gli dò il minimo credito (parlano, ovviamente, di un attentato) ma è forse anche questo, superato il disgusto (ma lo sai, Silvia mia, che io campo con una ininterrotta nausea) che mi induce a lasciarla, almeno qui, su carta, questa forma d’abbraccio dolce, e questa chiacchierata tra me e te. Perché ti rimanga. Almeno questo. Sai quante volte, per un carattere che abbiamo – ahimè – comune, il dialogo, soprattutto perché d’amore, d’affetto profondissimo sia stato come impacciato, legato da quello che è, semplicemente, pudore. Pudore sconosciuto, in un’Italia sbracata, sempre immersa in melodrammi inutili, in vuote forme, in sceneggiate esteriori. Non le amiamo. Se i segni dunque dicono il vero, occorre ch’io ti dica, anzi, ti ripeta (dentro di te lo sai) che su questa terra lascio soprattutto te, starei per dire soltanto te. Lascio anche Gaia, che non ho avuto modo, e me ne duole immensamente, di aver avuto accanto con quel magico filo che c’è stato, invece, per te. Curalo tu, te ne prego tanto. Si vive solo così, oltre la vita. Nel ricordo di chi ci ha amato. E tu sei la sola, credo, che, soffrendo, mi ha pienamente, completamente amato.

Diceva Shakespeare (ma come si scrive?) che il ricordo di chi se ne va non arriva oltre il suono, l’eco del suono della campana che una sera per lui rintocca. È amaramente vero. Se nel tuo cuore, ogni tanto, rintoccherà un ricordo, l’eco sarà più lunga, e io vivrò, anzi rivivrò, in quei momenti. È tutto. E non me ne dispiace nemmeno. No, non ho pentimenti, credi. E so di aver agito, sempre, come ho sentito. Può darsi io abbia, agendo così, procurato sofferenza ad altri. Ma sappi che questa sofferenza è stata anche mia, e sino all’ultimo. Se avessi potuto, rinunciando ad essere io, evitare questo, l’avrei fatto: ma si è quel che si è. È una condanna, che nessuna filosofia può condonare. Forse una religione. Ma non quella che qui praticano e che io non ho mai sentito mia. E dunque Silvia, il cammino, anche se tortuoso, e doloroso, è stato fatto. Consumato. I miei libri: sono tuoi. I miei oggetti: sono tuoi. Sappilo. Le carte, ciò che di uno che se ne va resta, ed è di solito un ammasso di cose incongrue. Ti appartengono. Scriverò a zia Anna, e a Francesca. Non ci saranno, vedrai, difficoltà. Non litigherete (parola odiosa): se vi ho voluto bene, e ve ne ho voluto, non accadrà. Ed ora basta: ci siamo detti tutto, tu ed io. Sii te stessa, e non mollare. Papà non l’ha fatto mai. Ho il cuore pieno di riconoscenza per quei cari radicali che sono, credimi, la bontà in terra, in una terra dominata dalla putrefazione del male. Amali e rispettali.

Qualunque sia la tua scelta, che, mi auguro, non sarà mai di stima per i gendarmi del mondo, o dell’animo, ricorda le poche cose che ho avuto il tempo e il modo di raccontarti. Meglio sola, Silvia, che tra schiavi compiaciuti di esserlo. Se avrai un figlio, ti prego, dagli il mio nome. Non è un nome lungo: non pesa. E così, chiamandolo, chiamerai me. Abbracciandolo, abbraccerai me. Ti auguro di essere felice, anche se so che il tuo carattere non faciliterà la cosa. Ti capiterà, forse, di capirmi meglio man mano che andrai avanti nella vita. Anch’io ho capito compiutamente mio padre dopo, solo dopo. È la vita, mia dolce Peter Pan, mia Pallerina cara. Ora proprio basta. Non credevo che queste righe, così insoddisfacenti, e nelle quali (che imbecille!) avevo la pretesa di concentrare tutto, fossero così difficili da scrivere, e così inadeguate. Allora addio: il che significa, siine certa, restare con te. Proprio per sempre. il tuo papà.