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L’arte non è un affare per soli artisti

La storia del “bel paese” è sempre stata legata ed influenzata dalla cultura e dell’arte che ne ha raccontato i mutamenti storici e politici assumendo il ruolo di guida ideale dei movimenti politici che ne assumevano la guida. Senza scomodare il Sommo Poeta che nella Divina Commedia ha fissato in modo indelebile i vizi e le virtù del popolo italico, possiamo affermare senza ombra di smentita che anche quando eravamo divisi in piccoli Stati e ducati, grandi quanto una regione, grazie alla immaginifica produzione artistica Rinascimentale, assumevamo un ruolo di guida per l’intera Europa. Purtroppo con le controriforme religiose ed il periodo durante il quale la scienza e l’arte venivano messe al rogo, anche la capacità produttiva subiva un arresto, non riuscendo a raggiungere le vette degli anni rinascimentali.

Come tutte le cose vive, l’arte risente dell’osmosi del periodo storico in cui si ritrova. Dopo il congresso di Vienna vennero le guerre di Indipendenza ed in Italia riprende un fervore patriottico, con una ritrovata tensione sociale e con essa la produzione artistica assume una caratura con pochi eguali nella storia mondiale. Il periodo delle guerre per l’indipendenza dall’impero Austro Ungarico, sono cantate nelle arie verdiane, alle quali si ispiravano i carbonari ed i nascenti movimenti politici in Italia. Quindi l’arte che ispira le battaglie per il progresso ed il progresso civile, politico che sostiene l’arte. La storia si ripete ed anche oggi non sfuggiamo alla regola. Siamo in un contesto di negatività per la società, per la ripartizione dei beni, per le manifestazioni artistiche. Certo la Pandemia ci ha messo del suo: limitare l’accesso alle sale, avere difficoltà ad unire le persone per assistere ad una proiezione, ad uno spettacolo o ad una mostra è la morte dell’arte, che parla ai molti per trovare in ogni singolo spettatore una interpretazione ed una visione. Se è vero che “l’indice di vitalità di un popolo è dato dalla vitalità del teatro”, è chiaro che non viviamo un bel periodo.

E’ naturale che non si può scaricare tutte le responsabilità di questo stato di cose sulla pandemia, quanto piuttosto per la considerazione che abbiamo dato nel corso degli anni alle manifestazioni artistiche considerandole inutili e qualcosa della quale si può fare a meno. A guardare bene dalla fine del secolo scorso è iniziato questo declino inarrestabile e da quel momento ci siamo ritrovati in una confusione da ogni punto di vista politico, civile, culturale. La politica ha perso la capacità di guida dando spazio all’avvento di movimenti populisti, qualunquisti e dal forte richiamo razzista e xenofobo. Dove si è pensato di dare soluzioni semplici a problemi complessi, come la costruzione di muri che dovevano dividere la ricchezza dalla povertà, pensando che bastasse chiudere fuori dalla porta i rifiuti per non sentire il maleodorante odore della miseria. A raccontare questa confusione ci ha pensato la televisione commerciale con trasmissioni senza un minimo carattere culturale nè pensiero, offrendo format fatti di risse, offese e litigi che servivano solo ad aumentare le vendite pubblicitarie. L’uno specchio dell’altro: da una parte una politica che si accontentava di un applauso fragoroso di uno studio televisivo e dei like su di un post, dall’altra la televisione che trasforma lo spettatore in un cliente.

Un circolo vizioso dove si inseguono le voglie, abbandonando l’arte. Tutto questo vuoto che veniva riempito da una narrazione giustizialista, che come gli spettacoli al Colosseo, servivano vittime più o meno innocenti alla folla esaltata in modo da lenire il senso di inadeguatezza che ogni singolo uomo “comune”. Con questa situazione è facile ridurre l’arte a pulviscolo della vita quotidiana. Sono anni che siamo in attesa si interventi strutturali che mettano gli artisti in condizioni di avere luoghi, sedi e risorse per una seria produzione artistica. Se organizziamo una visita improvvisa nei nostri musei e chiediamo di vedere i sottoscala e le cantine degli stessi, potremo scoprire quante opere giacciono in condizioni di abbandono. Se guardiamo le dichiarazioni fiscali degli attori scopriamo che la stragrandissima maggioranza vive con meno di 5000 euro l’anno, e che queste dichiarazioni sono quasi tutte veritiere. Quando c’è stata la Pandemia, il governo Conte (che definì gli artisti: “coloro che ci fanno tanto divertire”)!! fissò uno stanziamento per gli artisti che avevano un tetto di dichiarazione per l’anno precedente, lasciando fuori la grandissima maggioranza degli artisti, che per buona parte sono costretti a lavorare a nero. Un po’ per evitare tassazioni insopportabili ed insostenibili, ma per buona parte perché le produzioni vogliono cosi. Si premiarono i forti (produttori e gestori di teatro) si punirono i deboli (gli attori). Il mondo dell’arte è in sofferenza. Tutto.

Da troppo tempo. Occorre produrre una riforma globale dell’intero comparto artistico che preveda una rivoluzione seria, partendo da una nuova normativa di tassazione, per passare ad un impegno degli artisti nel mondo della scuola, che non siano gli attuali PON, ma che inseriscano la formazione artistica nell’offerta formativa dell’alunno. Occorre fissare che ogni comune abbia dei luoghi deputati alle attività artistiche ed al sostegno dell’arte, inserendo l’arte nel disegno di una nuova società solidale, inclusiva, partecipata, illuminata e garantista. Occorre farlo subito e bene, perché siamo ben oltre il tempo massimo. Solo cosi potremo sperare di far crescere una classe di ragazzi che si impegnino ad accogliere chi ha bisogno, sostenendo il merito e garantendo una civile convivenza tra i popoli.

Giovanna SANNINO

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