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Se Mosca chiude i rubinetti…

Se Mosca chiude i rubinetti...

Uno studio recentemente diffuso da ISPI su dati BP, GIE, Eurostat, Fred e CME Europe, EntSog, approfondisce analiticamente le forniture di gas russe verso l’Europa ridotte del 40% rispetto alle attese, con un leggero recupero del -20% negli ultimi giorni. L’Istituto ha peraltro evidenziato l’indice di vulnerabilità dei paesi europei e tra questi quello dell’Italia e della Germania. il 50% delle importazioni extraeuropee verso l’Ue arrivano dalla e quindi anche inviando meno gas, il forte aumento dei prezzi sarà sufficiente a non ridurre le entrate di Mosca.

Che dalla crisi potrebbe addirittura guadagnarci. È dalla metà del 2021 che le forniture di gas russe verso l›Europa sono più basse rispetto alle attese e anche per questo i prezzi spot del gas naturale in Europa in un anno sono quasi quintuplicati. Ecco perché si è tornati a parlare dell’interdipendenza energetica tra la Russia, grande esportatore di gas e petrolio, e i paesi dell’Unione europea. Il 100% delle importazioni di gas naturale della Romania proviene da Mosca, ma la Romania risulta uno dei paesi con la vulnerabilità minima a un taglio delle forniture. il 90% del gas consumato dalla Romania è prodotto dal paese stesso. Helsinki importa tutto il gas utilizzato, e il 97% di questo gas viene dalla Russia. Ma, per produrre l’energia di cui ha bisogno, il paese usa il gas solo per il 7%, affidandosi soprattutto a legname e nucleare,in questo modo si “svincola” dalla dipendenza da Mosca. L’Italia è di gran lunga il più “dipendente” da Mosca. L’indice di vulnerabilità costruito da ISPI varia da un minimo di 0 (Svezia) a un massimo di 31 (Ungheria). Su questa scala, l’Italia fa segnare un sostanziale 19. Seconda tra i grandi paesi Ue è la Germania, che fa segnare un valore di 12, comunque piuttosto elevato.

Al contrario per la Francia, che si affida molto al nucleare e alle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL), l’indice crolla a un valore di 3. Oggi i paesi dell’Ue 27 consumano il quadruplo del gas che consumavano nel 1970, mentre la produzione europea è passata da soddisfare il 36% della domanda nel 1980, all’attuale 13%. Nel 1990, l’Ue riceveva infatti da Mosca ben il 75% delle sue importazioni di gas. Nel corso degli anni questa quota si è ridotta fino a toccare un minimo del 40% nel 2009 e 2010, quando per la prima volta la Russia chiuse i rubinetti verso l’Ucraina e parte dell’Unione. Negli anni successivi l’Ue ha cercato attivamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas, in particolare puntando sul gas naturale liquefatto (GNL). Ma la “dipendenza” da Mosca è un fatto strutturale e geografico: è molto più facile ed economico trasportare gas via tubo, e un enorme produttore non lontano dai grandi consumatori europei è un partner inevitabile. Per questo, malgrado le intenzioni sulla carta fossero quelle di diversificare le forniture, il calo di produzione in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno al contrario aumentato la dipendenza europea da Mosca.

Tra il 2009 e oggi la quota di gas che l’Ue riceve dalla Russia è risalita fino a circa il 50% del totale. Potendo fare affidamento su un potere di mercato del 50%, la Russia è di fatto un oligopolista. Di conseguenza i prezzi sul mercato europeo sono influenzabili dalle strategie adottate da Gazprom, l’azienda russa che si occupa di vendere ed esportare il gas naturale. La forte domanda europea di gas degli ultimi mesi (anche causata dalla scarsa produzione di elettricità da fonti rinnovabili dell’estate scorsa), assieme alla graduale chiusura dei rubinetti russi, hanno prima lasciato i livelli di stoccaggio di gas naturale ai minimi degli ultimi dieci anni e poi, nel corso dell’autunno e ora dell’inverno, costretto i governi europei a utilizzarli più del previsto. E se con consumi in ripresa l’offerta di gas naturale crolla, il mercato di certo non sta a guardare. Il risultato delle azioni di Gazprom è che nel giro di un anno i prezzi del gas in Europa sono quintuplicati, e potrebbero crescere ancora del 58% nel corso del 2022. Con essi aumenterebbe la spesa europea per l’energia nel 2022 che, anche senza un taglio del gas russo, ammonterà a circa 1000 miliardi di dollari: il doppio rispetto al 2019. Anche la crisi energetica del ‘73 fu provocata dalla volontà di un oligopolista (l’OPEC) di ridurre le proprie forniture (di greggio) verso i paesi occidentali per cause geopolitiche. Ma allora i prezzi aumentarono “solo” di un fattore 2,5.

Fu comunque sufficiente per contribuire al rallentamento della crescita economica mondiale dal 6,8% nel 1973 al 2,8% nel 1974, all’aumento dell’inflazione (cresciuta negli Usa dal 3% del 1972 al 12% del 1974) e del debito pubblico (quello italiano raddoppiò, dal 30% del 1972 al 60% del 1976). Non le prospettive migliori per lo scenario odierno, già segnato da un rimbalzo economico minore delle previsioni, alta inflazione e debito pubblico ai massimi storici. Gazprom potrebbe addirittura guadagnarci. Questo succede proprio a causa del fatto che è il maggior fornitore di gas naturale dell’Unione europea, e che il mercato del gas è di fatto che pochi attori si dividono grandi “fette di torta. Ma anche perché l’Ue non ha valutato attentamente le conseguenze della propria tensione “liberalizzatrice” degli ultimi decenni, che ha spinto i produttori di gas a stipulare contratti sempre più indicizzati ai prezzi spot del gas. Le entrate di Gazprom dalle vendite di gas all’Ue ammontano a circa 7 miliardi al mese. Nell’ultimo trimestre del 2021 Gazprom ha tagliato le forniture di circa un quarto, il che nel breve termine avrebbe dovuto corrispondere a una perdita secca di quasi 2 miliardi al mese. In tempi di alta domanda di gas, quando la compagnia taglia le forniture, proprio l’aumento dei prezzi, oggi quintuplicati, possa più che compensare le perdite causate dai minori volumi inviati. Non a caso Gazprom ha annunciato entrate e profitti record nel 2021, e si attende risultati altrettanto smaglianti quest’anno.

Le cose cambierebbero in caso di un embargo totale: le entrate di Gazprom crollerebbero a zero. Un costo significativo ma anche in questo caso non impossibile da sopportare per Mosca, dal momento che la Banca centrale russa dispone di 600 miliardi di dollari in riserve, e che le perdite nette ammonterebbero a 7 miliardi di dollari al mese (a cui andrebbero ad aggiungersi le penali contrattuali per mancata consegna). E un costo comunque proibitivo per l’Europa. L’Ispi ha prefigurato i due scenari: una completa riduzione delle forniture di gas russo o un loro dimezzamento (quest’ultimo scenario non lontano dal –40% di forniture giunte nell’ultimo mese). In teoria, la capacità di rigassificazione europea sembrerebbe capace di far fronte ad ammanchi molto grandi: ammonta infatti a 215 miliardi di metri cubi l’anno (Gmc/a). In realtà dal computo va esclusa la capacità di rigassificazione in Spagna: 69 Gmc/a, ma quasi completamente scollegati dal resto del continente. E vanno poi sottratti circa 60 Gmc/a di importazioni che il resto dell’Ue (Spagna esclusa) già importava nei dodici mesi precedenti la crisi. Di fatto, dunque, la capacità di rigassificazione disponibile ammonta a 86 Gmc/a. A questa possiamo aggiungere circa 3 Gmc/a che l’Azerbaigian potrebbe inviare verso l’Europa lungo il gasdotto TAP, oltre ai 7 che ha già inviato nel 2021. Poca cosa. Mentre Algeria e Libia non sembrano attualmente in grado di aumentare le forniture.

Già così, alcuni paesi con stoccaggi bassi o poco collegati dalle infrastrutture europee provenienti da occidente (per esempio i paesi dell’Europa centro-orientale) rischiano di esaurire gli stoccaggi entro la fine dell’inverno. Dunque a Mosca basterebbe una piccola spinta in più per mettere l’Europa con le spalle al muro. Nel frattempo la crisi Russia/ Ucraina fa volare le quotazioni internazionali di grano per il pane e mais per l’alimentazione animale che fanno registrare rispettivamente un balzo del 4,5% e del 5% in una sola settimana. Un’analisi della Coldiretti sulla chiusura settimanale del mercato future della borsa merci di Chicago, che rappresenta il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole che si collocano su valori massimi del decennio, dice che il conflitto può danneggiare le infrastrutture e bloccare le spedizioni dai porti del Mar Nero con un crollo delle disponibilità sui mercati mondiali ed il rischio concreto di carestie e tensioni sociali.

Mezzogiorno Federato