La cultura è il cuore di un modello nuovo di sviluppo

Il tema della sicurezza e della valorizzazione del patrimonio artistico più grande del pianeta e del tessuto storicourbano del cuore dell’Italia ha un valore assolutamente centrale. Propone sfide tecnologiche sempre più complesse, in una fase di innovazione digitale le cui applicazioni alle città, al tessuto urbano, al territorio, alla cultura e ai beni artistici sono ancora grandemente da immaginare. Propone una sfida a quei privati che si vogliono misurare in termini nuovi con questi temi. Propone infine una grande questione politica e mediatica. La cultura è il cuore di un modello nuovo di sviluppo, e il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza a questa idea si deve assolutamente agganciare. Il presupposto è quello di superare la visione angusta e retorica che da parte della politica e dei media vi è stata attorno a questo argomento.

Si sente spesso usare l’espressione infelice della cultura come “petrolio” dell’Italia! Non c’è parte politica, e neppure opinion-maker dei più gettonati che non abbia usato questo termine. Una sciocchezza grande come una casa, perché il petrolio si brucia, inquina e non si rinnova, a differenza della cultura che invece si moltiplica perché crea nuove opportunità. La cultura non si brucia. Anzi: i regimi dittatoriali e i fanatici hanno sempre bruciato i libri o distrutto le statue. La cultura è un bene universale: è il bene comune per eccellenza, anche quando quest’opera o quel patrimonio appartengono a uno Stato, a un Comune, a una Chiesa, a un privato. E perciò la legge nei paesi democratici, e in Italia con particolare attenzione, tutela questi beni, e li vincola.

La cultura è anche una gigantesca opportunità per produrre ricchezza. Ricchezza spirituale, delle menti, dei cervelli, delle donne e degli uomini. E anche ricchezza materiale ed economica, che sappia pensare un modello di produzione di beni e servizi e di organizzazione della società ad altissimo “tasso culturale”. Quello che in molti chiamano il modello della qualità, dopo quello quantitativo e consumistico che ha portato l’umanità nella crisi degli ultimi anni ed ha depredato e consumato risorse. Sei competitivo nel mondo globale solo se il tuo “tasso culturale” si accresce. Cosa sia il “tasso culturale” di una società, come si calcoli e quali risorse pubbliche e private alla sua crescita debbano essere destinate, è il tema strategico che la politica si deve proporre. Bob Kennedy lo avevo anticipato, mezzo secolo fa, con la suggestione del discorso del 18 marzo del 1968 all’Università del Kansas :“…il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Anche questi concetti li ripetono ormai quasi tutti. E’ insopportabile la retorica di una politica che da un lato invoca la cultura come risorsa e il “fare” e poi, invece, non si occupa di come concretamente affermare la cultura. Anche nel campo delle assunzioni nel campo dei beni culturali sono state bloccate per tantissimi anni.

Con il risultato già avvenuto che competenze straordinarie e non sostituibili sono mandate in pensione senza poter trasmettere ai giovani quello che hanno fatto. Insomma ci sono due tendenze piuttosto palesi che testimoniano una schizofrenia: da un lato la retorica del “petrolio”, dall’altra la perdita di competenze e conoscenze, che si sono accumulate da quando Giovanni Spadolini creò e diresse il Ministero dei Beni Culturali, a cui non si mette un freno. Nei lunghi anni nei quali il pensiero unico è stato quello liberista è emerso un orientamento, secondo il quale solo l’entrata senza mediazioni del privato potesse risolvere il problema di un pubblico che ha meno soldi per la cultura. Cosa è accaduto? Praticamente nulla. Infatti l’idea che bastasse importare le regole di mercato per rilanciare questo patrimonio, è un’illusione. Le ragioni sono molteplici. Non riguardano il fatto che il privato non possa avere un ruolo in questo campo -come qualcuno anche a sinistra ancora pensa-. Ma il fatto che il privato che vuole avere un ruolo deve accettare e condividere regole e vincoli particolari; deve sapere che non sempre c’è profitto immediato, e questo per molti è un problema; e che comunque i margini -almeno nei campi della gestione e valorizzazione di benisono limitati e bassi.

Per dirla in modo semplificato: c’è poco spazio per chi vuole speculare, per chi vuole avere molta liquidità, per chi immagina operazioni finanziarie acrobatiche. C’è spazio per un’impresa artigianale e industriale della cultura che lavori nel tempo, che investa su progetti di medio-lungo periodo, che abbia una vocazione collaborativa. C’è quindi un grande problema di responsabilità sociale dell’impresa della cultura. Vorrei che si dessero segnali di fiducia. Come ho scritto ne “Il potere dell’arte” (Datanews, 2013), c’è un dato assolutamente positivo. Viene da un’indagine, di matrice keynesiana, che studia la proporzione fra gli investimenti pubblici in cultura e il Pil del settore culturale. Racconta bene di una spesa in cultura nell’Italia di oggi corrispondente a 1 miliardo e 800 milioni, a cui corrisponde un Pil culturale di circa 40 miliardi. Quindi se si calcola il rapporto fra quanto investi e quanto produci, tra la spesa in cultura e il contributo espresso dal settore cultura, ottieni un preciso moltiplicatore di spesa. Una formula, direi. Da un punto di vista keynesiano, le indicazioni sono impressionanti per l’Italia. La formula di cui parlo è XXI, ed è il più alto di tutti i moltiplicatori delle grandi nazioni europee. Perché spendendo 1,8 miliardi di euro ne produci 40, con quasi 500000 occupati. In Francia spendi 8,4 miliardi di euro e ne produci 74: il moltiplicatore è quindi circa 9/10. In Germania il rapporto è analogo alla Francia. In Gran Bretagna in rapporto è inferiore, intorno a 10. In Spagna infine hai 5 miliardi di spesa e un Pil culturale di 25 miliardi di euro: il suo moltiplicatore 5, ed è quindi il più basso.

Ecco il grande atout italiano: la FORMULA XXI, indicando un numero per un secolo, sul quale la nuova Italia dovrebbe puntare le sue carte. Ne deriva una considerazione quasi ovvia: se investissimo di più avremmo un risultato molto maggiore di ogni altra nazione europea. Se l’Italia investisse, non dico quanto Francia e Germania, ma soltanto 6 miliardi di euro, cioè la media dei paesi europei, moltiplicando questa cifra per il nostro moltiplicatore che è 21, si produrrebbero tra i 120 e i 140 miliardi di euro di Pil culturale l’anno. Ricordiamo che il settore metalmeccanico – in un Paese come il nostro dove il manifatturiero è ancora così importante- ha un Pil di circa 120 miliardi annui. Se aumentassimo, con una cura shock di mezzo miliardo l’anno, la spesa in cultura, il Pil cultura crescerebbe di dieci miliardi circa l’anno, con centomila occupati in più. In cinque anni, con 3 miliardi e mezzo di impegno pubblico per la cultura, si può immaginare un Pil di 70 miliardi (poco meno del 5% del Pil totale), con settecentocinquantamila occupati. Si tratta di cifre teoriche. Bisogna saper cosa fare, avere degli strumenti che effettivamente generino l’indotto e moltiplichino le imprese culturali nel nostro Paese. Ho suggerito alcuni punti: una grande enciclopedia digitale italiana, di tutti i beni culturali (monumenti, opere, musei, biblioteche, archivi, istituzioni culturali), come base dell’anagrafe della nuova industria culturale; l’adozione, o l’affidamento dei beni catalogati a privati che, nell’ambito di un piano di messa in sicurezza del territorio, sotto la guida delle istituzioni e delle sovraintendenze, si facciano carico di restauri, valorizzazioni, esposizioni, gestioni, facendo del mecenatismo democratico la chiave di una nuova grande politica culturale; la trasformazione di Ales, nello strumento pubblico, con criteri nuovi e trasparenti, di intervento nell’economia della cultura, mettendo insieme Stato, Regioni, Comuni e Fondazioni, per finanziare in quota-parte progetti e start-up culturali; penso a una sorta di grande IRI della cultura, che promuova impresa, occupazione e lavoro per moltiplicare la ricchezza prodotta in questo settore; un nuovo regime fiscale per gli investimenti in cultura, a cominciare dalle liberalità e dalle donazioni, e un accordo col sistema bancario -a partire dal ruolo delle Fondazioni bancarie- che effettivamente favorisca l’intraprendenza culturale, specialmente quella giovanile; sul versante delle entrate nelle casse pubbliche della cultura, la scelta di venti o trenta grandi brand culturali italiani, con relativi prodotti digitali e NFT (dal Colosseo a Michelangelo, dalla Torre di Pisa a Caravaggio), attorno ai quali costruire una politica di valorizzazione dei diritti di immagine, di merchandising culturale, di raccordo con industrie manifatturiere che vogliano collegare i loro prodotti alla cultura italiana, tanto apprezzata in tutto il mondo.

Ma il tema del modello nuovo di sviluppo propone il problema del soggetto, e della crisi irreversibile delle vecchie forme politiche della sinistra. Il primo atto è riscoprire la “vita”, i sentimenti, gli affetti, l’umano, ricollegandosi a un filone caldo della storia del socialismo: al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi e al comunismo libertario e critico che in Antonio Gramsci ha avuto il suo ispiratore. E su queste basi si può “ri-costruire” un nuovo partito della sinistra, parte della sinistra europea, che chiamo della cultura o della conoscenza.

Pietro FOLENA
Presidente MetaMorfosi. Più volte parlamentare è stato presidente della commissione cultura della Camera dei deputati. Direttore editoriale del quotidiano on-line Artemagazine

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