Salari, al Sud si guadagna in media il 25% in meno

È stato uno dei temi centrali del Primo maggio 2022, tanto da finire anche all’interno del discorso del presidente Sergio Mattarella. Stiamo parlando della, nuova piaga sociale esplosa negli ultimi anni fino quasi ad affiancare quella storica e mai risolta della disoccupazione: il lavoro povero. Quando si parla di povertà si pensa che dipenda prevalentemente dalla mancanza di lavoro. Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha provato che anche chi è occupato rischia di cadere in povertà per redditi da lavoro particolarmente limitati. Una delle grandi sfide nel prossimo futuro sarà quella di contrastare la crescita del “lavoro povero”, come sottolineato di recente dal ministro Orlando. Nel marzo 2022 il tasso di disoccupazione in Italia è sceso all’8,3% (-1,8 rispetto a un anno fa).

Il problema è che negli anni della pandemia, ben 400 mila persone hanno trovato un’occupazione dal salario insufficiente per arrivare alla fine del mese. Viene definito lavoratore povero (working poor) chi riceve un reddito individuale sotto gli 11.500 euro l’anno. Si tratta quindi di uno stipendio (spesso combinato) di meno di 960 euro al mese. che molto spesso è figlio di finti contratti stabili, cioè a tempo indeterminato ma a part-time involontario. In queste condizioni si trova addirittura il 17,6% degli italiani tra 30 e 34 anni. Ancora peggio, però, va all’11,9% di loro. A chi ha un’occupazione, che frutta massimo 9 mila euro all’anno (750, o meno, al mese): sono i “lavoratori assolutamente poveri“. Anche i loro fratelli maggiori, peraltro, se la passano decisamente male: tra i 35-39enni che hanno un’occupazione, il 15,8% è povero, il 10,5% assolutamente povero. Numeri drammatici, che diventano strazianti quando si scopre che al Centro-Nord calano al 9% e nel Sud lievitano fino addirittura al 20%. Poco di confortante anche il quadro sulla disparità salariale, di genere e geografica. Al Sud si guadagna il 25% in meno rispetto alla media del paese mentre le donne percepiscono in media il 27% in meno degli uomini. La crescente gravità e diffusione della povertà fra i lavoratori e le loro famiglie sono da ricondursi in parte alla crisi economica, ma anche al minor numero di ore lavorate, alla precarietà dell’occupazione, all’impiego di manodopera poco qualificata, specie nelle piccole imprese, e d’altra parte alle scelte di aziende dotate di forte potere di mercato che decidono di scaricare il contenimento dei costi soprattutto sui salari dei lavoratori. Tre milioni di persone nel nostro paese non hanno abbastanza soldi per vivere dignitosamente, nonostante abbiano un impiego. In Europa fanno peggio di noi solo Romania, Spagna e Lussemburgo. Dal 2008 i salari nell’Ue sono cresciuti del 22%. In Francia e Germania questa percentuale supera quota 30.

In Italia, invece, si arriva a malapena al 3%. Nello stesso lasso di tempo gli impieghi part-time (autentico flagello del lavoro povero) sono saliti da 1,3 a 2,7 milioni. E di questi, in particolare al Sud, addirittura l’80% non rappresenta una scelta del dipendente, ma un’imposizione del datore. La colpa è anche del precariato. Contratti a termine brevissimo di mesi o addirittura settimane, o di part-time obbligato. Come spesso accade, a farne le spese più di tutti sono i giovani. Circa il 50% dei lavoratori trentenni (30-34 anni) nel nostro Paese percepisce una retribuzione tra 8 e 16 mila euro all’anno, che si traducono in uno spettro di benessere che va da “povertà assoluta” a “sufficienza stentata”. Poco più in alto di loro c’è un altro 20% della categoria demografica che rischia di andare in difficoltà molto facilmente, poiché si ferma a 22 mila euro l’anno. Una condizione che ci si aspetterebbe migliori alla soglia dei 40 anni, ma che spesso rimane invariata, come evidenziano i dati Svimez e Istat. Dobbiamo scongiurare che con gli investimenti del PNRR si verifichi quanto sta già avvenendo, e cioè una crescita senza buona occupazione o addirittura perdita di posti di lavoro. Le risorse del PNRR sono in larga misura prestiti che pagheranno tutti i cittadini. Motivo in più per chiedere massima trasparenza a una discussione larga circa la loro allocazione. Serve una regia, che rispetti vocazioni e determini omogeneità territoriale degli interventi, per non lasciare i territori a contendersi questo o quell’investimento. Serve monitorare che al Sud arrivi davvero il 40% delle risorse, considerato che delle 187 linee di investimento del Piano, 122 non hanno indicazione di vincolo territoriale. Decine e decine di provvedimenti dei vari Ministeri, con criteri di assegnazione delle risorse arbitrari e decisi nel chiuso delle stanze. Si prendano ad esempio due vicende: le risorse per gli asili nido al Sud che saranno distribuite – secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio – seguendo “criteri determinati in modo discrezionale, senza alcun apparente fondamento.

O ancora il caso del MIUR che distribuirà 750 milioni per progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale, una cifra enorme, superiore a quella stanziata nell’intero ultimo decennio. Per farlo il MIUR ha pubblicato fra il 25 gennaio e il 2 febbraio ben tre differenti decreti direttoriali, molto diversi fra loro, dove tra il primo e l’ultimo la Linea Sud ha visto sottrarsi ben 78 milioni di finanziamento. Occorre costruire nel Mezzogiorno, con i Comuni, le Università, i centri della ricerca, una cabina di regia che monitori gli interventi ma anche costruisca una strategia, integrando le risorse del PNRR con quelle non meno importanti dei fondi strutturali. Guardando al futuro e dando risposte alle emergenze di oggi. Vogliamo discutere di una dote occupazionale che porti le imprese ad assumere lavoratori oggi espulsi dai processi produttivi. Vogliamo che questa task force diventi luogo di confronto costante per anticipare le crisi. Crediamo ci siano risorse per sostenere le riconversioni di aziende in difficoltà se garantiscono il mantenimento dei livelli occupazionali.

Ma vogliamo capire anche cosa ci mettono i privati, perché non è sostenibile un mondo dell’impresa che chiede soltanto. E per riqualificare i lavoratori c’è la misura Gol che può essere usata per piani mirati di formazione. Insomma c’è da confrontarsi su cose concrete: la mera elencazione delle risorse senza legarle a progettualità sistemica che ricada sul territorio serve a poco. La proposta è di fare un accordo per garantire che le risorse che arrivano alle imprese vadano a finire in parte sui salari, sostenendo, magari con incentivi differenziati, le imprese che rinnovano i contratti.

Se i salari più bassi non crescono avremo un pezzo del mondo del lavoro che sprofonda nella povertà, e avremo il rischio di una caduta della domanda interna. La riduzione del cuneo fiscale può aiutare i lavoratori nel loro insieme, ma esiste un drammatico fenomeno di lavoro povero, che la riduzione del cuneo non risolve. Quindi serve il cuneo, ma serve anche un adeguamento dei livelli salariali più bassi perché altrimenti abbiamo un duplice problema: l’inflazione che si mangia i salari e la disuguaglianza molto grande all’interno del mondo dei salariati. Usare come parametro il trattamento economico contenuto nei contratti maggiormente rappresentativi dei diversi settori ha registrato una non-ostilità di tutte le sigle sindacali, che sono divise sul salario minimo. E’ imminente, al riguardo, l’arrivo di una direttiva europea che sarebbe importante anticipare con un accordo tra le parti. Il posto fisso non sarà più nel nostro destino ed il lavoro occorrerà mantenerlo attraverso un adeguamento progressivo delle competenze. Queste due cose vanno messe insieme. Inoltre tutta Europa sta riflettendo sul tema dell’orario di lavoro: ci sono imprese che ritengono che rendere più compatto l’orario di lavoro e, in alcuni casi, ridurlo può aumentare il livello della produttività.

Si stanno facendo accordi sperimentali in questa direzione. Fissare un livello di salario minimo non esaurisce la questione dei lavoratori poveri. Perché il fenomeno non riguarda solo i dipendenti, ma una fascia molto più ampia di persone. E per affrontarlo va costruita una strategia multidimensionale. Per questo rilanciamo la proposta di un Patto per il lavoro come luogo di confronto e assieme strumento operativo, una cornice dentro la quale definire gli obiettivi verso cui orientare le progettualità e le risorse del PNRR e dei Fondi Strutturali per sostenere la creazione di buona occupazione.

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