Spalla

L’Italsider e l’affare dei terreni

Lo scontro tra l’Iri e un gruppo di proprietari terrieri vicini a monsignor Guglielmo Motolese. Le speculazioni sui suoli per il siderurgico e per la costruzione del quartiere Paolo VI


Le ciminiere avrebbero
dovuto fermarsi all’altezza del
fi ume Tara.

Una decina di chilometri
più in là del rione Tamburi. Ci siamo
invece ritrovati con i balconi che si
affacciano sugli insidiosi parchi di
minerale. È la grande questione che
lacera Taranto: l’eccessiva vicinanza
dello stabilimento al centro abitato.
Ma come e perché fu deciso di costruire
l’allora Italsider proprio lì?
Chi lo decise?
Il consorzio per l’area di sviluppo
industriale, l’Asi, aveva affi dato l’elaborazione
del piano regolatore industriale
alla Tekne, ma dietro le quinte
fu combattuta un’aspra battaglia i
cui retroscena solo di recente sono
venuti a galla. Li ha raccontati qualche
tempo fa Alessandro Fantoli.

Chi
era costui? Il manager dell’Iri allora
inviato a Taranto proprio per dirigere
le operazioni legate all’acquisto dei
terreni dove avrebbe dovuto sorgere
la più grande acciaieria d’Europa.
Fantoli, che in qualche modo si sentiva
il «padrino» della creatura che
sarebbe nata in riva allo Jonio, ha
raccontato la sua straordinaria esperienza
in un libro-intervista, “Ricordi
di un imprenditore pubblico”. È tra
le pagine di queste sue memorie che
svela le trame tessute dai gruppi di
interesse per la costruzione del IV
Centro Siderurgico.
L’arcivescovo.
C’è una fi gura, su tutte, che diventa il
suo “nemico” nella guerra dei suoli.
Una fi gura entrata nella storia della
città: l’allora arcivescovo monsignor
Guglielmo Motolese.

Sarebbe stato
lui, monsignore, che Fantoli defi nisce
«capacissimo vescovo», a guidare
i notabili locali che volevano fare
affari con i terreni dove insediare il
siderurgico. Un vescovo «abituato
al comando e al dominio: un vero
boss degli affari immobiliari, grande
speculatore di terreni».
La versione di Fantoli narra che
Motolese e il suo «manipolo di
speculatori immobiliari» avevano
ipotizzato che lo stabilimento
sarebbe sorto ad est di Taranto.
Nell’area verso San Giorgio Jonico,
per intenderci. E allora si sarebbero
lanciati nell’acquisto di grandi fette
di terreno da quella parte. Migliaia
di ettari comprati a prezzi agricoli,
pronti per essere rivenduti a caro
prezzo per gli interessi industriali.

Il vento, però, prese a soffiare in
un’altra direzione. L’Italsider, infatti,
aveva commissionato lo studio sulla
direzione dei venti per evitare che i
fumi intossicassero la città. Decise
allora che lo stabilimento sarebbe
sorto dalla parte opposta a quella
ipotizzata dal gruppo guidato dal
vescovo: ad ovest, dove è attualmente
e dove c’erano uliveti e vigne a tendone.
«Confesso – ammette Fantoli
a tanti anni di distanza – che provai
dolore a veder tagliare l’uliveto».
Il siciliano. Nella guerra contro
Motolese, Fantoli incontra un singolare
alleato: l’allora presidente della
Camera di Commercio, Parlapiano.
Un palermitano che all’epoca del
prefetto Mori – scrive Fantoli – «era
stato confinato, come mafioso, a
Taranto».

Parlapiano aveva acquistato
alcune centinaia di ettari di
terreno, guarda caso proprio nel
perimetro dove era stato deciso di
costruire lo stabilimento. Fette di
suolo che poi cedette all’Italsider,
a prezzo «giusto», assicura Fantoli.
Una manovra che, secondo quanto
riferisce il dirigente dell’Iri, servì a
neutralizzare le speculazioni sullo
spropositato aumento dei prezzi dei
terreni agricoli in quell’area.
Paolo VI.

La costruzione del siderurgico in
un’area opposta a quella dove i proprietari
terrieri vicini a Motolese
avevano acquistato i suoli, è un colpo
durissimo per quella cordata di speculatori:
«Il gruppo di Motolese era
furibondo».
La partita però, non è ancora chiusa.
L’Italsider infatti ha necessità di acquisire
altri terreni: vuole costruire un migliaio di alloggi per i propri
dipendenti. Si pianifi ca quello che
poi sarebbe stato il quartiere Paolo
VI. L’area prescelta, questa volta, è
quella a nord del Mar Piccolo, vicina
allo stabilimento ma che si riteneva
non sarebbe stata disturbata dai fumi
provenienti dalla fabbrica. In questa
guerra dei suoli e delle speculazioni
immobiliari, Fantoli si muove con
destrezza e si lancia in un clamoroso
depistaggio: acquista pochi ettari
fra Taranto e Statte, più o meno nei
pressi dell’attuale area dove sorge
Teleperformance, per intenderci.

Un manovra diversiva per evitare
l’aumento dei prezzi nella zona effettivamente
prescelta. In verità ha tutta
l’aria di essere un’esca per il gruppo
Motolese. Gli immobiliaristi amici
del vescovo si lanciano nell’affare
e, scoperto che Fantoli aveva acquistato
da quelle parti, fanno incetta
di centinaia di ettari in quella stessa
zona. Motolese ci fa costruire il
seminario, quello che Fantoli ribattezza
ironicamente «la fabbrica
dei preti affumicati» perché la
parte più esposta ai fumi del
siderurgico.
Depistato il «gruppo Motolese»,
Fantoli e Parlapiano
mettono a segno un altro gol.
Il siciliano presidente della
Camera di Commercio gli segnala
che è in vendita a prezzo
«decisamente ragionevole» la
masseria Vaccarella.

«La comprammo
nel giro di pochi
giorni e divenne il
primo nucleo di
I depistaggi per evitare le speculazioni e
l’aumento dei prezzi dei terreni agricoli dove
sarebbe sorto lo stabilimento. Il retroscena:
i tentativi di bloccare per anni la costruzione
del ponte Punta Penna. Lo scopo: favorire
lo sviluppo della città dove erano stati
acquistate centinaia di ettari di terreno
Taranto nord».

Il ponte negato.
La doppia sconfi tta degli imprenditori
edili-immobiliaristi locali avrà
conseguenze pesanti sullo sviluppo
urbanistico della città. Secondo Fantoli,
infatti, fu proprio questo gruppo
«ad impedire, per una dozzina d’anni,
la costruzione del ponte Punta
Penna». La spiegazione è semplice:
senza ponte sarebbe stato diffi cile
sviluppare la città verso nord, dove
era previsto. E così Taranto si è
allungata verso est (via Dante, viale
Magna Grecia, Salinella), proprio
dove si pensava di fare speculazione
nell’idea che il siderurgico sarebbe
sorto su quel versante. Fantoli ricorda
che furono fatti «un centinaio di
ricorsi» per impedire la costruzione
del pon- te: «Un vero e proprio
scandaloso abuso di
autorità nei confronti
della cittadinanza».

L’arcivescovo Guglielmo Motolese,
però, si riscatterà col tempo e sarebbe
ingiusto non ricordarlo. Grazie a lui,
oltre al seminario, Taranto ha potuto
avere grandi opere come la Cittadella
della Carità e la straordinaria Concattedrale
di Gio Ponti, una delle
più grandi opere architettoniche del
nostro tempo.
I prenditori.
Fantoli parla anche di altri aspetti
della sua intensa esperienza tarantina.
Uno su tutti il rapporto con
l’imprenditoria locale. Fantoli e i suoi
erano «sempre più detestati». Troppo
sconvolgente l’arrivo dell’Italsider
rispetto ai raccogliticci assetti del
mercato del lavoro di Taranto e provincia.
Il presidente degli industriali
tarantini chiese e ottenne un incontro
con Gian Lupo Osti, lo storico direttore
generale dell’Italsider.

A Osti
«fu quasi intimato» di non applicare
a Taranto i salari degli altri stabilimenti
italiani, per evitare che si producesse
un effetto di trascinamento
dei salari su tutte le imprese locali.
Agli industriali tarantini fu risposto
picche e i rapporti tra l’imprenditoria
locale e l’Italsider si fecero sempre
più tesi, «con conseguenze nefaste
per la città e i tarantini».
Alessandor Fantoli concluse la sua
missione tarantina con «un congruo
premio» in denaro per i risultati
conseguiti. Ma di certi tarantini
non serberà una buona stima. In
seguito impartì in altre sue attività
una direttiva per le assunzioni: «Se
siete incerti tra un tarantino ed un
materano, scegliete il materano». Il
suo marchio di fabbrica.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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