Spalla

Ilva, tra odio e pantomima

L'Acciaieria


Pro o contro gli operai?
Questo è l’interrogativo fuorviante riaffiorato dopo la (prevedibile) tensione generata dalla (prevedibile) lista di esuberi e tagli di stipendi presentata da AmInvestco al governo e ai sindacati. Al primo sciopero dei lavoratori, ecco di nuovo il dito scivolare sulla tastiera per essere puntato come un fucile su chi vede in pericolo la propria stabilità occupazionale ed economica. Anche in queste ore, sui social, certe frange fondamentaliste e taluni rappresentanti di pseudo comitati ambientalisti che si ergono a depositari di salute e di salvezza si sono lanciati nella sistematica opera di delegittimazione dei lavoratori dell’Ilva, così come ormai accade da cinque anni a questa parte. Ancora una volta si mettono all’indice i lavoratori come se fossero altro rispetto alla città, come se il blocco del lavoro fosse antagonista della città, come se operai, impiegati, dirigenti del siderurgico non fossero cittadini essi stessi, come se abitassero in un mostruoso altrove, come se non fossero padri, madri e figli di famiglia che accompagnano i bambini a scuola e vanno a fare la spesa nei supermercati sotto casa, come se non fossero uomini e donne della porta accanto. Questo considerarli altro è la più tragica sciocchezza commessa dal 2012 ad oggi. Perché è questo spirito divisivo che ha lacerato nel profondo la città, rendendola ancora più fragile ed esposta alle intemperie di un futuro mai così incerto. Le sconcertanti accuse che vengono mosse sono sempre le stesse: collusi con gli inquinatori, malefici portatori di veleni, crudeli vampiri che campano succhiando il sangue e la salute degli altri. Un variegato stupidario di cattiverie che sorvola sui travagli che ogni giorno i lavoratori vivono sulla loro pelle: i primi ad essere esposti ai rischi di malattie e infortuni, i più soggetti a lasciare a casa orfani e vedove/i.

Mai come in questi anni si era assistito ad una tale barbara esecuzione di uomini e donne che lavorano, anche a prezzo della propria salute e della propria vita, per portare il pane a casa. Altro che insensibili a salute e ambiente. Provassero i rivoluzionari da tastiera a fare i rivoluzionari in una fabbrica seduta su un deserto dove non c’è scelta tra un lavoro ed un altro.
Eppure avrebbe dovuto insegnare qualcosa lo sciagurato referendum consultivo del 2013 sulla chiusura dell’Ilva. Due quesiti che, posti ad un dipendente del siderurgico, suonavano più o meno così: vuoi rimanere disoccupato? Risposta scontata. Così il referendum che, nelle intenzioni dei promotori, doveva segnare l’insurrezione ambientalista della città si è risolto in un boomerang che ha finito per indebolire le stesse legittime rivendicazioni per avere una città più respirabile. Un fallimento politico. C’è abbastanza materiale da far riflettere – se ne hanno voglia e capacità – quelle frange ambientaliste che ancora oggi continuano a scagliarsi contro i lavoratori per l’insuccesso di quella balzana iniziativa.
Il punto è che a Taranto, sotto le spoglie della questione ambientale, è divampata una mentalità anti-operaia, classista, addirittura al limite della xenofobia quando si argomenta che poco importa del destino della fabbrica perché, tanto, la maggior parte dei dipendenti è fatta di forestieri. Come se un carosinese o un laertino non avesse gli stessi diritti di un qualsiasi altro tarantino.
C’è, in questo clima ostile ai lavoratori alimentato da una parte di città e nello strisciante disprezzo che li addita come untori, tutta quella dilagante cultura di rottamazione del valore del lavoro che, nei fatti, si è tradotta nella progressiva opera di precarizzazione e di indebolimento di lavoratori e aspiranti tali. E così anche in queste ore ad essere colpito è sempre l’anello debole della catena: il lavoratore. Da una parte messo a rischio dalle incertezze contrattuali, dall’altra condannato da certi tribunali di piazza.
Le prossime settimane saranno decisive per il destino dell’Ilva, dei suoi dipendenti, della stessa città. Continuare a presentarsi divisi e litigiosi sarebbe una imperdonabile debolezza, sia nelle rivendicazioni occupazionali e reddituali sia in quelle sacrosante e ineludibili per un ambiente pulito. I capponi di Renzo continuavano a litigare fra loro mentre erano tutti in viaggio verso la padella.
Solo una città attenta potrà evitare che lo scontro in atto si risolva in una pantomima dal copione già scritto, in un gioco delle parti nel quale l’epilogo è far passare come conquista il meno peggio che gli attori sul palcoscenico avevano in cuor loro imparato come battuta per strappare l’applauso finale.

(* direttore responsabile)

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