Calcio

Questo non è più il Taranto

Un intervento sul momento del Taranto


Nemmeno volevo cominciasse, questo campionato. Non me la sentivo di veder ripartire tutto quando dovevo ancora fare i conti con un’umiliazione così grande come quella retrocessione lì, con una squadra così brutta come quella lì, soprattutto con i colpevoli, quelli lì, ancora al loro posto. Forse per me non è nemmeno cominciato, infatti.
O se è andata diversamente non me sono accorto, non mi sembra ci sia interruzione tra una figuraccia e l’altra.
Non mi sembra nemmeno che quella sia la mia squadra. Perché il problema del Taranto è che non è più il Taranto. Giorno dopo giorno, da quando è cominciata la cavalcata al contrario dell’anno scorso, è diventato un’altra cosa: una società privata con i colori di una città che li ospita forzatamente, che se li è visti imporre e non ha potuto far altro che prendere le distanze.
Basta l’immagine di domenica scorsa a spiegare tutto: lo stadio vuoto e una squadra che gioca per sé, senza nemmeno amor proprio. E perde pure.
Ora, non me ne frega niente della sconfitta: ne abbiamo perse tante e ci siamo quasi abituati, abbiamo imparato pure a dare un ruolo storico alle nostre disfatte. Mi importa proprio quel senso di distacco – la gente da una parte, la squadra dall’altra – che mai avevo provato, che mi pare di capire stiano provando in molti, se non tutti. Come non arrivi a chi è proprietario della società rimane un mistero, come trovino divertente giocare da soli, ma con i sentimenti degli altri, è una cosa che mi sorprende.
Quanto pensino di tirarla per le lunghe i detentori delle quote del Taranto non riesco a immaginarlo.
Ma ogni giorno mi sembra un giorno perso, uno spettatore in meno, un appassionato che si arrende, un bambino che sceglie la serie A e non si innamora del Taranto. Un danno. Dovevano lasciare a retrocessione avvenuta, chiedere scusa, togliere il disturbo, ammettere di non essere stati capaci di fare calcio (perché il pallone è una cosa seria, non si improvvisa). Gli avremmo concesso anche l’alibi del troppo cuore, della volontà messa – nel modo sbagliato – per salvare il salvabile, senza riuscirci. Ma avremmo dimenticato presto i loro nomi per passare ad altri, e provare a risentirci tifosi di una squadra che quasi mai vince, ma resta comunque una cosa nostra.
Se proprio volevano rimanere, avevano una possibilità, sapendo di avere comunque tutti contro i partenza: essere rigorosi, seri, non sbagliare niente, non allestire nuovi teatrini.
E invece ci siamo trovati con la finta volontà di cedere il Taranto a un euro – offensiva per i modi e anche per la valutazione economica – revocata prima ancora che potessimo mettere le mani in tasca per trovare la moneta che c’era caduta mentre facevamo la spesa.
Poi hanno sfidato di continuo ogni componente della città, mirato ai tifosi come fossero un nemico, stilato liste di proscrizione dei giornalisti, cercato sponde in un piccolo circoletto di amici per dire di avere il sostegno, provato a dividere una città che si divide già da sola su tutto e, invece, si è unita. Contro.
Hanno, in più, già cacciato un allenatore e fatto fuggire un socio.
Sono accadute una quantità di cose negative che basterebbero per una stagione, invece è appena iniziata. O forse non è veramente cominciata mai, come speravo sin dall’inizio. Perché mi sembra proprio così: che il Taranto non stia giocando, sia tenuto in ostaggio, nascosto in un luogo lontano dai nostri occhi. E questa sia, invece, soltanto la squadra loro. Che non ci meritiamo.
Fulvio Paglialunga
(giornalista Rai)

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